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incesto

Il calore della resa 1 parte


di Membro VIP di Annunci69.it Angel1965
06.04.2026    |    619    |    2 8.7
"«Cazzo!», ansimò, le gambe che tremavano mentre lui cominciava a muoversi, i fianchi che si abbassavano e si sollevavano in un ritmo implacabile, ogni spinta che la faceva scivolare un po’..."
Nicole e Angelo danzano su un filo di
tensione erotica in un pomeriggio afoso a
Salvador. Lei, provocante e calcolatrice, lo
tenta con gesti studiati. Lui, elegante e
dominante, cede al desiderio,
trasformando un gioco pericoloso in una
resa carnale.
Il sole di Salvador batteva sulle persiane socchiuse dell’appartamento in via dos Andradas, filtrando strisce
dorate sulla polvere che danzava nell’aria umida del pomeriggio. L’odore del caffè appena fatto si mescolava a
quello più dolce e persistente del bagnoschiuma alla vaniglia che Nicole aveva usato quella mattina, un profumo
che si era appiccicato alla sua pelle come una seconda pelle. Era lunedì, un giorno come tanti, ma qualcosa
nell’aria sembrava diverso. Forse era il modo in cui la maglietta attillata di cotone bianco si incollava ai suoi seni
generosi, il reggiseno di pizzo nero che spuntava appena dal colletto, o forse era il suono dei suoi passi scalzi sul
parquet, lento e deliberato, come se ogni movimento fosse calcolato per essere notato.
Angelo era seduto sulla poltrona di pelle consunta, quella che scricchiolava ogni volta che si spostava, le dita che
tamburellavano distrattamente sul bracciolo. Aveva sessant’anni portati con una certa eleganza da uomo che
non aveva mai smesso di prendersi cura di sé: i capelli grigi pettinati all’indietro, la barba corta e curata, la
camicia di lino aperta sul petto dove qualche pelo bianco spuntava tra i bottoni slacciati. In mano teneva un
bicchiere di cachaça, il ghiaccio che tintinnava a ogni sorso, gli occhi semichiusi come se stesse ascoltando
qualcosa di più interessante delle notizie che scorrevano sullo schermo della TV muta. Ma non era la televisione
a catturare la sua attenzione. Era il modo in cui Nicole si chinava in avanti per raccogliere la borsa dal divano, il
culo sodo e rotondo che si tendeva contro il tessuto sottile dei leggings neri, la scollatura che si apriva appena
quel tanto da far intravedere la curva morbida di un seno.
Lei lo sapeva. Lo sapeva eccome.
Si raddrizzò lentamente, passandosi una mano tra i ricci castano chiaro che le ricadevano sulle spalle in onde
disordinate, come se si fosse appena svegliata – anche se Angelo sapeva bene che si era vestita con cura, che
aveva scelto quella maglietta stretta apposta, che si era truccata le labbra di un rosa lucido che sembrava fatto
per essere sporcato. «Zio, hai visto le chiavi della macchina?» chiese, la voce un po’ troppo dolce, un po’ troppo
vicina al suo orecchio mentre si avvicinava. Il profumo di vaniglia si fece più intenso, mescolandosi all’alcol nel
bicchiere, e Angelo sentì qualcosa stringersi nello stomaco, un calore che non aveva niente a che fare con la
cachaça.

«Dovrebbero essere sul mobiletto dell’ingresso», rispose lui, la voce più rauca del solito. Non si mosse. Non
distolse lo sguardo dal modo in cui i suoi capezzoli, duri e scuri sotto il cotone, sfioravano quasi il suo braccio
quando si sporse per prendere le chiavi. «Ma non hai fretta, no? Il tuo appuntamento è tra un’ora.»
Nicole si voltò verso di lui, un sorrisetto che non prometteva nulla di innocente sulle labbra. «E se avessi voglia
di restare?» domandò, le dita che giocavano con la cerniera della borsa, su e giù, su e giù, un movimento
ipnotico. «Magari ho cambiato idea.»
Angelo posò il bicchiere sul tavolino, il ghiaccio che si scioglieva in un tintinnio liquido. «Allora siediti», disse,
indicando il divano di fronte a lui. Non era una richiesta. Era un ordine, basso e vibrante, e per la prima volta da
quando era arrivata, Nicole sembrò esitare. Non per paura, no – era qualcosa di più simile all’eccitazione, quel
brivido che le fece stringere le cosce mentre si accomodava, le gambe accavallate in modo che la stoffa dei
leggings si tendesse sul pube, quasi trasparente sotto la luce del pomeriggio.
«Sei sicura di voler giocare a questo gioco, menina?» Angelo si sporse in avanti, le ginocchia che si aprivano
appena, il tessuto dei pantaloni che si tendeva sul rigonfiamento sempre più evidente tra le gambe. Non si
preoccupò di nasconderlo. Non c’era motivo. «Perché io non sono più un ragazzo. E quando voglio qualcosa, la
prendo.»
Nicole si leccò il labbro inferiore, gli occhi che scendevano lungo il suo torso, fermandosi proprio lì, dove la
camicia si sollevava appena, dove la cintola dei pantaloni non riusciva più a contenere l’erezione che cresceva,
dura e spessa. «E se fossi io quella che vuoi?» sussurrò, le dita che si posavano sul divano, le unghie smaltate di
rosso che affondavano nel velluto.
Non ci furono altre parole.
Angelo si alzò in un movimento fluido, la poltrona che scricchiolava alle sue spalle, e in due passi fu davanti a lei,
le mani che si posavano sulle sue ginocchia, le dita che si insinuavano sotto l’orlo dei leggings, la pelle calda e
setosa come la ricordava. Nicole ansimò, la schiena che si inarcava appena, i seni che si sollevavano verso di lui
come un’offerta. «Allora dimmelo», ringhiò lui, il respiro caldo contro il suo collo mentre si chinava, i denti che
sfioravano il lobo dell’orecchio. «Dimmelo che sei una troietta viziata che vuole il cazzo dello zio.»
Le labbra di Nicole si aprirono in un gemito, le mani che si aggrappavano alle sue spalle, le unghie che
affondavano nella camicia. «Sì», ansimò, la voce rotta. «Porca puttana, sì. Voglio che mi scopi, zio. Voglio che mi
riempi di quel cazzo grosso fino a non riuscire più a camminare.»
Angelo non perse tempo. Con un movimento secco, le strappò i leggings lungo le cosce, il tessuto che si lacerava
con un suono umido, lasciando scoperta la sua fica già bagnata, rasata e lucida, le labbra gonfie che pulsavano.
Non indossava mutandine. Ovviamente. «Dio, sei una sgualdrina», sibilò, le dita che si posavano sul suo sesso, il
pollice che sfiorava il clitoride già tumido. Nicole sobbalzò, le gambe che si aprivano di più, invitanti, mentre lui
cominciava a massaggiarla con movimenti circolari, lenti e deliberati, sentendo il suo corpo tremare sotto le sue
mani.
«Ti piace, eh?» Angelo aumentò la pressione, due dita che scivolavano dentro di lei senza preavviso, affondando
fino in fondo, la fica di Nicole che si stringeva attorno a loro come una morsa bagnata. «Sei così stretta, puttana.
Come fai a essere così stretta e così zuppa allo stesso tempo?» Le parole erano sporche, volgari, ma la sua voce
era un growl roco che faceva vibrare Nicole dall’interno, i fianchi che cominciavano a muoversi da soli, a caccia
del suo tocco, della sua approvazione.
«Di più», supplicò lei, le mani che scendevano a slacciargli la cintura, i bottoni dei pantaloni che saltavano via
uno dopo l’altro. «Ti prego, zio, ho bisogno di te.»
Quando Angelo liberò il cazzo, grosso e venoso, la punta già lucida di pre-sperma, Nicole non poté fare a meno
di leccarsi le labbra. Lo voleva in bocca, voleva sentirlo soffocare la sua gola, voleva che la usasse come una
bambola di carne. Ma Angelo aveva altri piani. Con una spinta brutale, la fece sdraiare sul divano, il suo corpo
che si adagiava tra i cuscini, le gambe aperte e sollevate, i piedi che si appoggiavano sulle sue spalle mentre lui si
posizionava tra le sue cosce.
«Non ti scoperò come una ragazzina», ringhiò, la punta del cazzo che sfiorava la sua entrata, bagnata e calda. «Ti
scoperò come la troia che sei.»
E poi affondò.
Un solo, lungo, colpo secco che la riempì tutta, il cazzo di Angelo che spingeva fino in fondo, fino a quando i suoi
peli pubici non sfiorarono le labbra della sua fica, fino a quando non sentì il suo utero contrarsi attorno alla
punta. Nicole urlò, le unghie che graffiavano il velluto del divano, il dolore e il piacere che si fondevano in
un’unica ondata bruciante. «Cazzo!», ansimò, le gambe che tremavano mentre lui cominciava a muoversi, i
fianchi che si abbassavano e si sollevavano in un ritmo implacabile, ogni spinta che la faceva scivolare un po’ più
giù sul divano, ogni colpo che le rubava il fiato.
«È questo che volevi, menina?» Angelo le afferrò i seni, le dita che si chiudevano attorno ai capezzoli duri,
pizzicandoli fino a farle venire le lacrime agli occhi. «Volevi che ti scopassi come la puttana che sei? Che ti
riempissi questa fichetta stretta fino a quando non gridi il mio nome?»
Nicole non riusciva a rispondere. Le parole si trasformavano in gemiti rotti, in suppliche incoerenti mentre lui la
martellava senza pietà, il suono umido dei loro corpi che si scontravano riempiva la stanza, mescolandosi ai suoi
ansiti e ai suoi ringhi. Sentiva ogni centimetro di lui dentro di sé, sentiva il modo in cui il suo cazzo si gonfiava
ancora di più, le vene che pulsavano contro le pareti interne della sua fica, e sapeva che stava per venire. Lo
voleva. Aveva bisogno che venisse dentro di lei, che la marchiasse, che la riempisse fino a farla colare.
«Vieni per me», ordinò Angelo, la voce un ringhio animale mentre le sue spinte diventavano più corte, più
profonde, il cazzo che si piantava dentro di lei come se volesse trapassarla. «Vieni sulla mia cazza, puttana.»
E Nicole obbedì.
L’orgasmo la travolse come un’onda, il corpo che si contraeva attorno a lui, i muscoli che si stringevano in spasmi
incontrollabili mentre un grido le strappava la gola. Angelo non si fermò. Continuò a scoparla attraverso le
ondate del suo piacere, i fianchi che si muovevano a scatti, fino a quando anche lui non raggiunse il limite. Con
un ruggito, si piantò dentro di lei un’ultima volta, il cazzo che pulsava mentre cominciava a venire, getti caldi e
spessi che la riempivano, che le colavano fuori lungo le cosce, lungo il culo, macchiando il divano sotto di lei.

Per un lungo momento, l’unico suono nella stanza fu il loro respiro affannoso, il petto di Angelo che si sollevava
contro il suo mentre si lasciava cadere sopra di lei, il peso del suo corpo che la schiacciava sul divano, il cazzo
ancora duro dentro la sua fica usata. Nicole sentiva il suo sperma che le colava addosso, caldo e appiccicoso, e
non aveva mai provato nulla di così perfetto in tutta la sua vita.
«Allora», mormorò Angelo, le labbra contro il suo collo, il fiato che le solleticava la pelle sudata. «Ora sei sicura di
voler restare?»
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